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Raffaele VIVIANI Di Giulio Iervolino
“Che il Viviani sia stato commediografo e attore in campo nazionale, anzi internazionale, per noi napoletani è motivo di orgoglio, ma quello che ci inorgoglisce maggiormente è il fatto che fummo i primi a riconoscere il suo eccezionale talento e la sua autentica grandezza. La sua Arte scenica affascinò le masse ed elettrizzò prima le platee locali, poi quelle del mondo, ove portò il vero cuore di Napoli, le sue grandezze, le sue miserie, la sua rassegnazione, la sua ribellione: quel misto ch’è il poco o il molto di un popolo che ha una storia e un passato millenari. Teatro tutto suo, quello di Raffaele Viviani: strappato di netto alle radici della sua terra. Se l’attore domina il poeta, il poeta domina l’attore: si completano entrambi. Presa letterariamente, la poesia di Viviani e quella che è; riproduzione fedele della vita, degli usi e dei costumi del suo popolo che amava d’intenso amore. Così nelle canzoni: è il cuore semplice di un uomo del popolo che canta e si effonde, e prorompe e impreca, e si lamenta, e prega, e benedice, sull’altalena di un verso che, se pure spesse volte rude, è pur sempre efficace, toccante, suadente. Aveva quattro anni quando debuttò in un teatrino d’infimo ordine: il Masaniello a Porta Capuana (una baracca costruita dal padre, vestiarista teatrale), dove sostituì il cantante Carlo Ciofi ammalatosi. L’anno dopo cantava da solo e a duetto con sua sorella Luisella, che divenne poi meravigliosa cantante e grande attrice della compagnia del fratello. Nel 1905 ottiene il suo primo strepitoso successo al teatro Petrella con la canzone ‘O scugnizzo, di Capurro e Buongiovanni, che poi fece sempre parte del suo repertorio. Da qui man mano conquista il pubblico dei maggiori teatri di varietà di Napoli e di tutta la penisola. Nel dicembre 1917 forma la sua prima compagnia musicale napoletana, e da allora, fino al 1945, la sua attività di attore capocomico e commediografo non ha più sosta ed ottiene un vero plebiscito di entusiasmo dal pubblico italiano ed estero. Nello stesso tempo pubblica libri di memorie, di poesie, di teatro. Già nel 1906 aveva scritto una risposta alla canzone in voga Cara Mammà, intitolandola Caro Totò, e una macchietta: Fifi Rino che ebbe successo sia nella sua interpretazione, che in quella di altri comici dell’epoca. Successivamente diede il via ad un nuovo genere di macchietta, a tempo di marcia: uno stile piacevole, che riempì il repertorio dei De Marco e dei Totò. Poi le canzoni, con musica tutta sua o di altri non si contarono più. Le pubblicarono Bideri, col quale vinse un premio della ‘Tavola Rotonda’, nel 1912, con “Ce vevo ‘a coppa”, La Canzonetta e Gennarelli. Molte di esse furono inserite, e ne facevano parte integrante, nelle belle commedie dello stesso Viviani. Fra le tante due sono principalmente da ricordare: “Bammenella” e “Quanno jarraje a spusà”, ripubblicate nel 1917.” (Ettore De Mura E.C.N. Il Torchio Na 1969.) Un bellissimo ritratto questo di Ettore De Mura su Viviani, conciso ma intenso: Veniamo anche a sapere che lo stesso De Mura è stato il primo a riconoscere pubblicamente in Raffaele un vero ed eccezionale talento, diremmo unico. Luciana Viviani così ricorda il padre: “Ancora oggi dì Viviani, a cinquant’anni dalla morte, si ricorda la grandezza dell’attore. L’attore, così complesso e dotato, con quell’eccezionale maschera capace di assumere mille sembianze e mille espressioni, sovente senza neppure l’ausilio del trucco, con quella sua figura sottile e scattante, capace di impersonare un giovanotto oppure un vecchio cadente, l’attore che sapeva interpretare con tanta efficacia sentimenti semplici e complesse passioni, si impose, ancora ragazzo, anche alle platee più distratte e sprovvedute. E fu l’attore che aprì le porte dei più grandi teatri italiani ai propri testi, con la carica innovatrice che essi contenevano, e con la rappresentazione di una società profondamente lacerata e sofferente. Quei testi che provocavano lo scandalo e l’ostilità degli ambienti italiani benpensanti, abituati a considerare idilliaca e canzonettistica la vita del popolo napoletano. Non parliamo poi della censura fascista: i tagli e gli ostracismi non si contavano. Per fortuna, il censore, qualche volta, restituiva un copione scabroso con una nota a margine: - Si autorizza la rappresentazione solo se recitato dall’attore Viviani-. Soltanto ora, quando il trascorrere del tempo ha accumulato tanta nebbia, quando dell’attore resta solo un ricordo vivo nella generazione con i capelli bianchi, la critica ha collocato l'attore al posto che gli compete, autore cioè fra i massimi del novecento.”
Dice Nino Taranto: “Il teatro che mi ha dato di più? Forse quello di Viviani. L’ho amato sempre. Da ragazzo quando non lavoravo, frequentavo tutte le sale. Ma preferivo tra tutti gli spettacoli quello di Viviani. Andavo alle sue prime al teatro Umberto. Era un vero pallino, e già sognavo di metterlo in scena. Quando finalmente ho potuto scegliere l’ho interpretato con una passione enorme. Mi sono impadronito dei suoi personaggi meravigliosi come se fossero stati scritti per me. Grande entusiasmo ma anche un enorme rispetto. Viviani era per me come un padre che amavo e a cui volevo forse assomigliare. Per questo voglio tanto bene a Luisa Conte; è una grande attrice, popolare e piena di intuito, nel suo Sannazaro e con lei ho potuto interpretare personaggi bellissimi usciti dalla penna di questo nostro grande autore.” Oggi rappresentare a Teatro i lavori di Viviani è diventato molto difficile se non impossibile; infatti quelli che potrebbero tentare di metterlo in scena sono veramente pochi: I fratelli Giuffrè hanno ormai raggiunto una età che li penalizza fortemente; Luca e Luigi De Filippo si sono lasciati incatenare dal repertorio dei loro padri e probabilmente non hanno interesse a creare condizioni di collaborazione parentale o di sperimentazione teatrale che possa loro aprire altre e nuove vie. Mariano Rigillo, che in passato ha dato vita ad uno splendido “Pescatori” con ottimo successo di pubblico e di critica, sembra sia stato relegato alla lettura dei classici nelle chiese con apparati scenici e musicali più o meno importanti. Apprezziamo molto e ci complimentiamo con Nino D’Angelo per il candido coraggio dimostrato con la messa in scena de “L’ultimo scugnizzo”; convinti come siamo della sua onestà intellettuale. Non vogliamo certo dimenticare il bravo Tato Russo che ha frequentato in passato il repertorio di Viviani con successo. A nostro parere l’unico che oggi potrebbe senza tema, godendo della disposizione naturale ereditata dalla strepitosa Mamma Concetta, è Peppe Barra che ha dimostrato centinaia di volte di avere tutte le qualità, i vizi e le virtù necessarie per affrontare con grande dignità professionale il repertorio di Raffaele Viviani.
C’è poi anche un'altra considerazione da fare: Il teatro di Viviani ripropone situazioni e condizioni sociali ormai dimenticate dal popolo che, se pure vegeta in buona parte e ancora oggi in realtà sub culturali, è ben oltre, a distanza di circa 90 anni, quelle soglie di povertà ed analfabetismo che attanagliavano la gentes napoletana all’epoca de: Il Vicolo, Toledo di notte, Napoli in frac, Caffè di notte e giorno, Pescatori, ecc. A noi resta l’amara conclusione di essere stati privati, e forse definitivamente in termini di qualità, del patrimonio artistico, napoletano ed italiano, concepito e nato dal genio creativo di Raffaele Viviani.
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