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Masaniello E-mail
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Di Giulio Iervolino

Parlare di Masaniello e della rivolta dei Lazzari napoletani significa anche raccontare le condizioni di vita del popolo di Napoli in quel periodo.
Napoli nel ‘600 era bellissima e molto popolata, tanto da essere paragonata a Parigi, lo possiamo constatare dai tantissimi quadri e disegni dei pittori: Salvator Rosa, Micco Spataro (il cui vero nome era Domenico Gargiulo), Andrea da Lione e moltissimi altri che formarono “La compagnia della Morte” capeggiata da Aniello Falcone. La “Compagnia”, che si occupava prevalentemente di organizzare riti funebri solenni, era la facciata dietro cui si nascondeva un gruppo di resistenza partigiana, che a notte fonda compiva stragi di spagnoli. Fino all’insurrezione popolare del 1647 che vede Masaniello diventare “Capopopolo” e Generalissimo, non si hanno sue notizie; Alcune precisazioni: il ‘D’Amalfi’ è il cognome e non il luogo di provenienza, Masaniello non era un pescatore come da tutti creduto, ma era invece un pescivendolo che aveva seguito le orme paterne. Dotato di un certo fascino personale e di grande ‘verve’ comunicativa, veniva corteggiato dalle donne e considerato molto gioviale e simpatico. Di carnagione bruna e non molto alto, portava un piccolo codino alla nuca ed un cappello rosso alla marinara; aveva baffi biondi. Il volto che più si avvicina alla realtà storica è senz’altro quello dipinto da Aniello Falcone. Era uno scapestrato come tutti i ragazzi dell’epoca e si ‘arrangiava’ facendo molti altri mestieri, tra i quali il contrabbando. Per completezza di informazione, però, bisogna dire che a quei tempi tutti o quasi erano costretti a fare i contrabbandieri. Le tasse richieste sui prodotti alimentari erano spropositate ed esasperavano da tempo la proverbiale pazienza dei napoletani. Capitò così che la povera Bernardina finisse in carcere per aver contrabbandato della farina e siccome la richiesta di scarcerazione doveva essere accompagnata dal versamento di otto ducati, che era una grande somma per quell’epoca, soltanto dopo aver venduto tutte le masserizie di casa e con l’aiuto economico di qualche parente, Masaniello dopo una settimana riuscì a liberare la moglie dal carcere. In quel momento giurò a se stesso che se ne avesse avuto l’opportunità avrebbe incendiato i posti di raccolta delle esose gabelle. Nello stesso periodo si venne a sapere di un incendio scoppiato in una di quelle tende presidiate dalle guardie dette “gabelloti”, Masaniello per mancanza di prove non venne accusato, durante la rivolta però dichiarò pubblicamente di essere stato egli stesso il piromane. Da questa determinazione caratteriale nascerà il mito del grande incantatore ed agitatore di folle. Infatti il Passeri ebbe a scrivere: “un giovane della plebe, e di poca età in solo otto giorni, si fece padrone di un regno sì vasto, e fu esattamente obbedito da quel popolo di Napoli, tanto numeroso e tanto poco regolabile“. Ma dietro questo scugnizzo molto coraggioso, si nascondeva abilmente l’avvocato Don Giulio Genoino, un prete che voleva cambiare le misere condizioni di vita del popolo napoletano attraverso riforme politiche e amministrative.
Quindi Genoino la mente, Masaniello il braccio …


Don Giulio Genoino, originario di Cava Dei Tirreni e proveniente da una famiglia di setaioli, a 14 anni arriva a Napoli al seguito di uno zio. Nato probabilmente nel 1561 si laurea in Legge e prende i voti, all’epoca dei fatti aveva circa 80 anni. Una ventina d’anni prima aveva tentato di sollevare il popolo contro il Vicerè del tempo per portare alla parità i diritti dei nobili e quelli del popolo, attraverso il cambiamento delle regole elettive dei rappresentanti dei Seggi o Sedili; non essendoci riuscito era caduto in disgrazia. La sua attività sediziosa e sotterranea però non si era mai fermata, e fiducioso continuava ad aspettare il momento giusto, sicuro che non gli sarebbe mancato: si può dire che vivesse solo per questo. Fortuitamente conosce Masaniello e si rende conto che questi è molto amato dal popolo. Al pescivendolo, che ha notevoli capacità di comando e di organizzazione, viene assegnato il compito di istruire ed allenare il gruppo degli scugnizzi armati di bastoni che devono rappresentare gli Arabi, (indicando genericamente i Saraceni che a quei tempi ancora facevano incursioni piratesche sui nostri litorali), alla festa del Carmine e che, per contorsione assiomatica, venivano denominati Alarbi. Don Giulio Genoino, intravedendo una possibilità di riscossa, incontra segretamente Masaniello, lo mette a parte del piano che va studiando da molti anni e che potrebbe portare grandi giovamenti per il popolo. L’intraprendente giovanotto ascolta con interesse e medita di apportarvi qualche piccola variante. Così il 7 Luglio, di domenica, si ebbero i primi tafferugli con lancio di frutta sui soldati e l’incendio delle baracche dei gabelloti. Strano a dirsi non si ebbe nessuna reazione da parte dei gendarmi viceregnali e per questo si è fatta l’ipotesi che vi fosse un accordo segreto con il Vicerè Duca D’Avalos, che bisogna dirlo, era avverso alla nobiltà napoletana, la considerava crassa, molto arrogante e con troppi poteri esercitati a discapito dei contadini e delle loro famiglie. Per dare un esempio della personalità di questo discusso Vicerè racconterò un piccolo episodio: Ad un nobile che gli andò ad illustrare una nuova tassa sul pane, dopo averlo attentamente ascoltato, disse senza mezzi termini che non era degno di vivere a Napoli ed immediatamente lo fece imbarcare condannandolo all’esilio a vita. L’ipotesi di un accordo tra Genoino ed il Vicerè precedente alla sommossa, viene avvalorato proprio dal fatto che D’Arcos cercava in tutti i modi di contrastare la nobiltà sfarzosa e prepotente per diminuirne il potere ed il prestigio con la tecnica del ‘dividi et impera’, esattamente come si continua a fare oggi. Da questa nobiltà umiliata partivano accorate proteste sul governo del Vicerè destinate al Re in Spagna, e spesso viaggiavano insieme ai “donativi”, (milioni di ducati raccattati con le gabelle sugli alimenti e per i quali i nobili non sborsavano un soldo), destinati a coprire le enormi spese della guerra contro la Francia. Nella prima giornata dei moti popolari fu incendiata anche la casa di Girolamo Letizia che si era aggiudicato l’appalto della riscossione delle gabelle arricchendosi enormemente; questa circostanza infiammò di speranza il popolo che cominciò a vedere Masaniello come il castigo divino ai nobili sfruttatori e grassatori, il riscatto del popolo dopo secoli di oppressione ed ingiustizia. Masaniello ebbe quindi molti amici e molti nemici. In quei giorni il popolo lo osannava ed il suo potere divenne quasi totale. A causa dei continui scontri con i nobili e con i soldati, il vicerè dovette cedere alle richieste del popolo, sempre abilmente manovrato da Genoino che tramava dalle quinte, e concedere delle agevolazioni. Don Giulio non si accontentò e, dimostrando di non avere nessuna fiducia nelle promesse del Vicerè, fece richiedere da Masaniello il rispetto delle norme approvate da Carlo V quasi un secolo prima. Dopo queste concessioni ottenute con la forza, la rivoluzione ha vinto. Masaniello ed il suo enorme potere non hanno più ragione di esistere. Il duca di Maddaloni ingaggia il bandito Perrone per uccidere Masaniello. Il Perrone verrà neutralizzato ed ucciso dagli amici del dittatore. Masaniello, anche se intuisce che ora la sua vita è in serio pericolo, non rifiuta gli inviti a pranzo e cena che gli vengono fatti dal Vicerè e da alcuni nobili che si dimostrano suoi amici; inviti che sono frutto di un probabile intrigo del Vicerè e di Genoino per neutralizzarlo definitivamente. Le tavolate sono ricchissime ed il vino scorre a fiumi, Masaniello è uno che beve e beve molto. Molti coevi hanno scritto che forse Masaniello sia stato avvelenato da una sostanza allucinogena: la proserpina, che gli spagnoli usavano molto e che potrebbe essere la causa della schizofrenia che gli farà perdere il raziocinio. Nell’ultimo suo discorso dice più volte che presto verrà ucciso e chiede al popolo di vigilare attentamente sui traguardi raggiunti con la sommossa. D’improvviso però dà in escandescenze e scappa nella chiesa del Carmine dove dal pulpito, continua il suo farneticante discorso e addirittura si denuda. Il Cardinale Filomarino, complice dei piani del Vicerè e di Genoino, dà ordine di agguantarlo e condurlo nei corridoi del Convento dove troverà la morte con quattro colpi d’archibugio. Immediatamente dopo Salvatore Catania suo acerrimo nemico gli spiccherà la testa e la porterà al Vicerè come prova. Finisce così, il 17 luglio del 1647, la stagione di gloria di un eroe metropolitano di ventisette anni, abbagliato dal potere. Bernardina costretta al meretricio per vivere, morirà durante la peste che uccideva ventimila persone al giorno. Il popolo immediatamente si rende conto di aver perso il Capo, la guida per raggiungere altre mete di libertà e Napoli tornerà ad essere tartassata e maltrattata dai nobili e dal Vicerè di turno. Il mito di Tommaso Aniello d’Amalfi generalissimo del popolo Napoletano fa il giro d’Europa e rappresenta ancora oggi il germe della riscossa, il coraggio e la volontà di cambiare le condizioni di vita e la storia di un intero popolo che, sempre più misero e vilipeso, vivrà nella segreta speranza della nascita di un nuovo e più grande Masaniello …


Eduardo de Filippo in “Tommaso D’Amalfi”


Lassateme durmì n’ati cient’anne
E n’ati ciento ancora … e n’ati mille
Quante cchiù ne mettite ‘a coppa a chille
Tanta pace me date.

Gente,
Popolo ‘e scarpe rotte e mangia pane
Folla d’uocchie arrossate e accatarrate
Chesti miserie voste a chi ‘e cuntate?
Io songo muorto acciso e chi m’accise?

Gente
Popolo muorto ‘e famme e fosse ‘nfaccia
Quanno strillate forte ‘o nomme mio
E sentite PRESENTE … nun songh’io
Stateve attiente. Gente!