| La Questione Meridionale ed il Brigantaggio Post Unitario - CAUSE REMOTE E IMMEDIATE |
| Scritto da Giulio Iervolino |
|
Pagina 3 di 7 Il Brigantaggio fu l’esplosione di un male profondo e antico; tra gli anni 60 e 70 dell’800 rappresentò la morbosa manifestazione di quella che si chiamò “Questione Meridionale” e, se prese le mosse dai cambiamenti politici, riprendeva in realtà le sue origini da condizioni preesistenti a quel mutamento. Lo stato economico nelle province dove il brigantaggio raggiunse proporzioni maggiori, era molto infelice. Il contadino non aveva nessun vincolo che lo stringesse alla terra, viveva con un reddito molto basso ed in condizioni durissime. La borghesia latifondista aveva favorito l’ignoranza, la superstizione, la mancanza di fede nelle leggi e nella giustizia, cosi che i nuovi e imposti cambiamenti politici parvero ai più l’ennesimo episodio di quella saga di prepotenze e violenze che perdurava da secoli; le popolazioni si sentirono fin dal primo giorno preparate al disinganno, ai nuovi sfruttamenti, alle nuove persecuzioni e videro il governo piemontese come il nuovo usurpatore. Nel 1860 la rapidità e la “fortuna” dell’impresa dei mille, l’ammirazione per il duce delle Camicie Rosse, le promesse di Garibaldi e le ataviche speranze resero i popoli irresoluti e storditi; ma appena smaltita l’ebbrezza dell’entusiasmo, alla plebe riapparve crudamente la disparità delle condizioni sociali e quindi l’ingiustizia, cominciò così a considerare Cavour e Vittorio Emanuele dei settari diabolici e i piemontesi come invasori e usurpatori che volevano soltanto taglieggiare e sfruttare l’Italia meridionale. Anche i più tranquilli ed i più onesti braccianti del popolo contadino si rispecchiano nella figura del brigante tanto da considerarlo un giustiziere, la personificazione gloriosa e legittima della resistenza armata contro chi tiranneggia il povero, l’amministratore di una giustizia sommaria e selvaggia ma che rappresenta la rivalsa degli oppressi contro gli oppressori. Per queste considerazioni non lo maledicevano, anzi lo compativano e lo aiutavano nelle sue imprese; non meravigliamoci quindi se la parola ‘malandrino’ era titolo, esattamente come oggi, di lode e di vanto; se una madre vezzeggiava il figlio dicendo “brigantiello mio”, se Crocco era diventato ‘Carminuccio’ e se col brigantaggio era nato il manutengolismo esercitato non solo per paura e per avidità, ma anche per simpatia e coincidenza di pensiero sociale. Garibaldi appena sbarcato in Sicilia abolì dazi e imposte sul macinato e firmò decreti per la distribuzione delle terre demaniali ma nello stesso tempo colpì con determinazione le esplosioni di violenza vendicatrice che minacciavano di travolgere la sua ‘guerra di liberazione’. La storia ufficiale, quella che viene scritta dai vincitori, è nota: conquista dell’intero Regno di Napoli, vittoria al Volturno, -dono del Regno- a Vittorio Emanuele, scioglimento dell’esercito garibaldino, abrogazione dei decreti che in qualsiasi modo potessero colpire i privilegi della borghesia, appropriazione dell’erario del Regno di Napoli, incameramento dei beni demaniali e vendita di due milioni e mezzo di ettari di terra che andarono ad arricchire ancora di più la borghesia, peggiorando notevolmente le condizioni dei contadini poveri. Alcuni amministratori che avevano oppresso i contadini e spogliato i grossi proprietari si arricchirono oltre misura; comprarono titoli baronali e furono più spietati degli antichi padroni. L’industria meridionale non più protetta dei dazi andò in frantumi sotto la pressione di quella più favorita del nord. Si aggiunga poi la nuova fiscalizzazione imposta dal governo unitario con gravose tasse alle quali le popolazioni dell’Italia meridionale, non erano abituate, all’antipatia per la coscrizione che imponeva la ferma permanente di 5 anni nell’esercito nazionale, pur conservando il privilegio per i ricchi rampolli di farsi sostituire pagando una notevole somma. La giustizia e la libertà ventilate con l’Unità ciascuna classe sociale le aspettava e sperava dal punto di vista del proprio disagio e del proprio tornaconto: I contadini le ritrovavano nell’abolizione del prezzo del sale e nella spartizione dei beni demaniali usurpati dai signori; i proprietari le vedevano nella diminuzione della tassa fondiaria e con il rialzo dei prezzi dei maggiori prodotti agricoli… ma queste aspettative furono puntualmente disattese e cominciarono subito le delusioni. Aumentarono i prezzi del pane e del sale, le elargizioni dello stato e dei signori non ci furono, le imposte e le tasse crebbero, l’agricoltura e l’industria caddero in grave crisi, il diverso sistema di amministrazione provocò complicazioni e confusioni. I motivi di ribellione non mancavano certo e da questo malcontento trasse grande alimento il Brigantaggio che rappresentò l’estrema forma di protesta nata dalla miseria che non trova altro mezzo che la violenza per combattere le ingiustizie, l’oppressione e lo sfruttamento. Di fronte a questo panorama allucinante Garibaldi insorse con la veemenza che gli era propria: Il 18 Aprile 1861 per la prima ed ultima volta si recò in parlamento: “Quando questo ministero ha steso sul mezzogiorno la sua malefica mano…“ ebbe il tempo di dire, fu subito interrotto dalle urla dei deputati e dalla protesta di Cavour pallido d'ira. Ma il destino del Sud era ormai segnato. I tentativi per innescare movimenti popolari di restaurazione erano stati attuati fin dall’assedio di Gaeta e continuarono per alcuni anni. Francesco II da Roma, dove era ospite del Papa, inviò alcuni generali nelle campagne, sui monti dell’Abruzzo e del basso Lazio a portare la parola del re. Ma pochi i denari, ancora meno le armi, avventurieri quasi sempre gli uomini mandati a guidare la guerriglia, quindi i piani di restaurazione naufragarono miseramente. Il gen. Tristany non ottenne nulla, Borjes non riuscì ad entrare in sintonia con Crocco e concluse sotto Roma, la sua avventura fucilato dai bersaglieri. Per questi motivi, fu possibile ai capi banda, ai colonnelli come Ninco Nanco, Crocco, il Sergente Romano ed altri, reclutare un vero e proprio esercito di contadini che combatterono contro i propri padroni ed i loro alleati ‘piemontesi’. Questi capibanda, uomini di grande coraggio e di grande fascino per i contadini (basti pensare che turbavano i sogni di tante ragazze di origine borghese e Verga ne l’ “amante di Gramigna” ne fa un efficace descrizione), diventarono i capi elementari di una massa primitiva e tribale pronta a farsi giustizia da se; priva com’era di fiducia nella giustizia borghese delle nuove istituzioni unitarie. Perciò i capi contadini diventarono briganti e i cafoni, i plebei del sud diventarono favoreggiatori. I contadini credevano di battersi contro il galantuomo liberale del paese, lottavano invece contro una borghesia che si stava unificando dalle Alpi alla Sicilia, contro una nascente burocrazia unitaria ed un esercito nazionale; lottavano cioè contro uno stato borghese moderno. Non compresero i contadini analfabeti del sud che questa lotta provinciale sarebbe stata la causa della loro inevitabile sconfitta. La stessa limitazione si riscontra nella strategia rivoluzionaria che li spingeva a dare battaglia alla guardia nazionale, all’esercito ed ai Carabinieri senza una centrale unità di comando con forze che agivano l’una all’insaputa dell’altra. Questi limitati orizzonti videro, alla fine, vittoriosa la nascente e debole borghesia liberale del meridione (come illustrava anche il Tomasi–Lampedusa nel “Gattopardo”), che fu sapientemente sostenuta dall’organizzazione militare burocratica e poliziesca dello stato Unitario. Scriveva Pasquale Villari in ‘Lettere meridionali’: - “Per distruggere il brigantaggio noi abbiamo fatto scorrere il sangue a fiumi, ma ai rimedi radicali abbiamo poco pensato … In politica noi siamo stati buoni chirurghi e pessimi medici. Molte amputazioni noi abbiamo fatto col ferro, molti tumori cancerosi estirpati col fuoco, di rado abbiamo pensato a purificare il sangue. Chi può mettere in dubbio che il nuovo governo abbia aperto gran numero di scuole, costruito molte strade e fatto opere pubbliche? Ma le condizioni sociali del contadino non furono soggetto di alcuno studio né di alcun provvedimento che valesse direttamente a migliorarne le condizioni. Uno solo dei provvedimenti iniziati tendeva direttamente a questo scopo ed era la vendita di beni ecclesiastici in piccoli lotti e la divisione di alcuni beni demaniali. Ciò poteva ed era inteso a creare una classe di contadini proprietari. Ma quelle terre, in un modo o nell’altro, andarono ad accrescere i vasti latifondi dei grandi proprietari e la nuova classe dei contadini non si formò”.- Al principio dell‘800 le leggi eversive della feudalità nel regno di Napoli avevano disposto che dei demani feudali, una metà fosse assegnata agli ex baroni, l’altra metà ai comuni nell’interesse dei cittadini. I comuni avrebbero dovuto suddividerla tra i cittadini praticando la ‘quotizzazione’, ma intorno al ’60 queste terre erano rimaste ancora indivise dai comuni e i cosiddetti ‘galantuomini’, invece di ripartirla a termine di legge, le amministravano a proprio profitto. Con il nuovo regno i rapporti di forza si spostarono decisamente a favore dei latifondisti che finalmente ebbero a disposizione non soltanto le cariche pubbliche, ma lo stesso apparato centrale dello stato; si trattava perciò per loro di riuscire a legittimare l’usurpazione dei terreni; e la ottennero col cosiddetto “procedimento di conciliazione” col quale si impegnavano a versare al comune un canone irrisorio per le terre usurpate. A ragione Giustino Fortunato definì il brigantaggio come l’ultimo atto della questione demaniale. La ripresa delle operazioni demaniali, promossa dal decreto del 1/1/1877 a firma di Farina, D’afflitto e Pisanelli, fu la causa diretta dei moti contadini e delle reazioni che imperversavano dappertutto nel mezzogiorno. Dall’autunno del 1860 le limitate concessioni economiche che avevano accompagnato l’insurrezione liberale, si erano dimostrate ben presto insufficienti a soddisfare la richiesta di pane e lavoro nelle masse contadine e comunque non ne placavano la fame di terra. Con il decreto del 1 Gennaio 1861, si prevedeva di riprendere tutte le operazioni demaniali che la legislazione borbonica aveva attribuito agli intendenti del 1815, ma la parte spettante ai contadini nelle 280 operazioni portate a termine, fu minima. Cifre irrisorie riguardarono Benevento, Salerno e Avellino. A Bisaccia per esempio, solo molti anni dopo fu iniziata la quotizzazione. I latifondi bisaccesi erano il Formicoso e il Cugni e solo nel Settembre 1873 dietro richiesta dei cittadini al comune, furono quotizzati. Il consiglio comunale nella seduta del 26 Settembre 1873, respinse la petizione sostenendo la ragione della patrimonialità. “Promulgata” tale decisione il popolo in massa si recò al Formicoso a zappare il terreno; intervennero guardie e soldati, si operarono arresti e si decisero condanne. L’autorità tutoria per motivi di ordine pubblico (senza mutare o revocare la delibera comunale) inviò a Bisaccia agenti demaniali e periti che iniziarono le loro quotizzazioni. Dei complessivi 2861 ettari, 864 furono quotizzati con ordinanza commissariale del 19 Dicembre 1877 ed assegnati ad 879 quotisti; gli altri ettari furono assegnati a tappe negli anni successivi. Ciò spiega la grande delusione e il malcontento che si diffusero tra le popolazioni di tutte le province e si comprendono le ragioni veicolanti della diretta partecipazione contadina al brigantaggio a tutti i livelli: l’appoggio, il sostegno e la difesa. |


