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La Questione Meridionale ed il Brigantaggio Post Unitario - CROCCO E GLI ALTRI GENERALI
Scritto da Giulio Iervolino   
Indice Articolo
La Questione Meridionale ed il Brigantaggio Post Unitario
LE CAUSE
CAUSE REMOTE E IMMEDIATE
GARIBALDI E L’ “IMPRESA DEI MILLE”
CROCCO E GLI ALTRI GENERALI
LE DONNE DEI BRIGANTI
L’EPILOGO
Tutte le pagine
CROCCO E GLI ALTRI GENERALI

Fra tutti i briganti che fecero la storia dell’insurrezione legittimista Crocco splende di luce propria … Nato a Rionero in Vulture nel 1830 Carmine Donatelli detto CROCCO già a sei anni vide maltrattare la madre da un signorotto, e in seguito alle gravi ferite la donna morì. Il padre venne ingiustamente accusato di aver attentato alla vita del signorotto e fu incarcerato. Ad 8 anni lavorava come pastore e vaccaio, a 19 entrava nell’esercito borbonico e dopo aver ucciso il sergente per rivalità amorose disertò. Pugnalò poi un “galantuomo” che aveva attentato all’onore della sorella e per qualche tempo seguì Garibaldi affascinato dalle nuove idee di libertà e giustizia; subito disilluso però disertò ancora e si diede definitivamente alla macchia costituendo con Ninco Nanco il primo gruppo armato di ribelli. A differenza di altri capi, e già dalle sue prime escursioni, dimostra di possedere una innata logica strategica che gli permetterà di realizzare tutti i piani delle operazioni di guerriglia in modo chiaro ed ordinato; accetta spesso anche il combattimento in aperta campagna e sa prepararsi in posizioni favorevoli. Fu capo indiscusso ed ebbe grande ascendenza nell’infondere il coraggio nell'animo dei suoi; compensò con la sua autorità i difetti di armamento, d'istruzione e di disciplina. Nei momenti pericolosi seppe con mente limpida e serena, dominare la situazione e prendere velocemente decisioni assennate. La sua gente era composta da persone che avevano commesso qualche reato e si dava alla campagna per restare libera a dispetto della forza pubblica. Da prima a capo di pochi banditi, poté in breve tempo organizzare una banda che, nel massimo fulgore, raggiunse la forza di duemila uomini: Allettava gli ingenui con larghe promesse di bottino e di piaceri; scelse per sottocapi i più audaci ed intelligenti, seppe dividerli in varie bande con dislocazioni diverse e in modo da poterle riunire al momento giusto. Nell’Aprile del ’61, per esempio, Crocco disponeva di 400 uomini divisi in plotoni da 20, ognuno comandato da un sergente e da 2 caporali. Da vero ‘Generale’ come lo chiamavano i briganti, nel periodo di maggior potenza, pretese di trattare direttamente con i comandanti delle truppe piemontesi; nelle sue lettere sempre rispettose, esige di essere considerato come un pari grado, non come ribelle, ma come belligerante. Dopo i conflitti chiede sempre lo scambio dei prigionieri e spesso una tregua per la sepoltura dei morti. Con grande sfrontatezza e coraggio impone la resa a villaggi e comuni anche di una certa importanza, e se trova resistenza attacca devastando, distruggendo, incendiando, portando la desolazione e la morte. Da padrone detta bandi e con le imposizioni requisisce vettovaglie e i danari necessari per pagare i suoi uomini; nel mentre prende possesso del castello, o del miglior palazzo del comune. Acerrimo nemico dei ricchi “galantuomini”, impose a tutti il massimo rispetto per i miseri accattivandosi qualche simpatia, ma rara, poiché il numero rilevante dei suoi briganti che negli assalti si dava al saccheggio, spogliava troppo spesso sia i ricchi che i poveri, ed in mancanza di nobili signore che erano fuggite per tempo, si sfogava sulle donne del popolo. Fu accolto spesso a suon di fanfara e con i preti in testa al gruppo di ricevimento; in seguito invece, e specialmente nel periodo della Guardia Nazionale, veniva accolto a fucilate e costretto a tornare indietro.

Poco fortunato fu invece l’incontro voluto da Francesco II, tra Crocco ed il generale Don Josè Borgès catalano, che nelle guerre civili del suo paese si era conquistato la fama di coraggioso e leale eroe. Sentiamo da Crocco stesso il racconto di questo incontro tratto da: Come divenni brigante edito a Melfi nel 1903.
- “Nell’Ottobre del 1861, conobbi il Borgès generale spagnuolo venuto per ordine di Francesco II a tentare di sollevare i popoli delle Due Sicilie. Quel uomo forestiero che veniva da noi per arruolare proseliti e reclamava in conseguenza l'ausilio della mia banda, destò sin dal primo momento nell'animo mio una forte antipatia, poiché compresi subito che a petto suo dovevo spogliarmi del grado di generale comandante la mia banda, per indossare quello di sottoposto. Egli, un povero illuso venuto dal suo lontano paese per assumere il comando di un'armata, aveva creduto trovar ovunque popoli insorti, e dopo un primo colossale fiasco dalla Calabria alla Basilicata, voleva convincere me ed i miei che non sarebbe stato difficile provocare una vera insurrezione, dato il numero della mia banda, l'ottimo elemento che la costruiva, le buone armi e gli eccellenti cavalli. L'esperienza, maestra della vita, mi consigliava a non far appoggio sull'aiuto dei reazionari, se non volevo ripetere un'altra fuga come quella di Melfi; però era d'incitamento per noi a non rifiutare il chiesto aiuto, il pensiero che guidati da un esperto uomo di guerra, avremmo potuto aver ragione sulla forza, conquistare paesi e città, ove non sarebbe stato difficile arricchire col saccheggio e coi ricatti. Il Brigante Serravalle insisteva perché la domanda del Borgès venisse accolta incondizionatamente, ma tanto io quanto i miei eravamo titubanti, anzi propensi a rifiutare, male assoggettandoci a discipline militari abituati a vita libera, e quello che più importava al libero ladroneggio. Dopo lunghe trattative e convenzioni verbali sull'uso della forza, sull'ordinamento del comando, sulla mercede giornaliera, mi unii colla banda al generale spagnuolo, e con lui iniziai nuove gesta brigantesche, sotto la tutela però di movimento politico”.- Ma il sodalizio non dura molto ed il pur coraggioso e generoso gen. Borgès deve desistere ancora e rientrando verso Roma viene catturato dai bersaglieri di Franchini insieme ad una ventina di fedelissimi tra spagnoli e napoletani. Il Franchini per impossessarsi dei denari (14.000 lire) in loro possesso li tratta non come soldati ma come briganti e a Tagliacozzo, alle quattro del pomeriggio e soltanto dopo aver vilmente schiaffeggiato Don Josè, li fa fucilare tutti. Crocco collaborò anche con un altro famoso brigante del tempo: IL SERGENTE ROMANO. Pasquale Domenico Romano nacque a Gioia del Colle il 24 Agosto 1833 da Giuseppe e Angela Concetta Lorusso. Ebbe un'educazione semplice, sana ma rigida che ne forgiò il carattere. Fin dall'adolescenza aiutò il padre nella pastorizia che gli permise una particolare conoscenza di quei boschi e di quelle contrade che poi lo videro quale dominatore incontrastato. Nel 1851 si arruolò nell'Esercito Borbonico dove intraprese una brillante carriera assumendo ben presto il grado di "primo sergente" e dove, per le sue particolari doti militari, ebbe l'onore di diventare "Alfiere" della Prima Compagnia del 5° di Linea. Disciolto l'Esercito del Regno delle Due Sicilie non si diede per vinto diventando comandante del Comitato Clandestino Borbonico di Gioia del Colle. Tuttavia, avvertendo i tempi stretti, la gravità della situazione e mai sopportando l'inoperosità degli adepti del Comitato, dopo poco tempo abbandonò i "salotti" e passò senza esitare alla lotta armata, dando il via alla sua guerra partigiana contro i piemontesi. Nel giro di qualche settimana costituì una prima squadra formata esclusivamente da militari del disciolto Esercito Borbonico. Le azioni di guerra fulminee ed imprevedibili, la spietatezza e nel contempo la lealtà e l'alto senso dell'onore, la ferrea disciplina militare a cui erano sottoposti i suoi uomini, le motivazioni legittimiste e religiose che lo spingevano a lottare con coraggio e determinazione, l'assoluta fedeltà al suo sovrano Francesco II ed al Papa lo fecero diventare un mito: l'eroe che difendeva gli oppressi, la giusta rivalsa sui conquistatori, il partigiano imprendibile e coraggioso, il guerriero invincibile, la volpe dei monti e dei boschi, il "brigante" degno dell'ammirazione delle popolazioni meridionali. Effettivamente fu un grosso problema per carabinieri, esercito e guardia nazionale che a migliaia gli diedero la caccia giorno e notte, d'estate e d'inverno. Mentre con veloci apparizioni distoglieva l'attenzione della truppa nemica colpendo nello stesso momento in località tra loro distanti, nel frattempo reperiva armamenti, munizioni e vettovagliamenti, reclutava uomini, stringeva accordi con altri guerriglieri, contattava sindaci e patrioti, pianificava colpi micidiali in tutta la regione. Il 24 Febbraio 1862 insieme a Crocco, bloccò le strade di accesso ad Andria e Corato, tese un'imboscata alla guardia nazionale e, dopo averne avuto la meglio, ebbe via libera nell'assalire tutte le masserie di liberali ed ex garibaldini della zona, seminando il panico e facendo strage tra i "traditori del Popolo meridionale". Qualche giorno dopo toccò alla strada fra Altamura e Toritto dove furono intercettati e colpiti il corriere postale e la scorta armata. Il 4 Gennaio 1863 la vita del Sergente Romano ebbe termine in uno scontro a fuoco con le truppe piemontesi; terminate le scariche di fucileria, seguì un furioso corpo a corpo all'arma bianca. Uno alla volta i Borbonici caddero sotto i colpi sferzanti della soverchiante truppa nemica. Il Romano circondato dai militi piemontesi si battè con forza sovrumana fino a quando, coperto di sangue e ferito al grido di "Evvivorre!", cadde gloriosamente. Alla sua morte gli uomini smisero di combattere e si lasciarono arrestare; ciò nonostante la popolazione non volle credere alla morte del proprio eroe e continuò a raccontare le sue gesta, ad aspettare il suo ritorno, a sperare in un futuro di giustizia. Ma il Sergente Romano era veramente morto e con lui moriva anche la resistenza armata in terra di Puglia. da: "BRIGANTI & PARTIGIANI" a cura di: Barone, Ciano, Pagano, Romano Edizioni Campania Bella - Crocco tradito e fatto arrestare finirà i suoi giorni nel carcere di Santo Stefano dove dal 27 marzo del 1889 comincia a scrivere le sue memorie: “COME DIVENNI BRIGANTE” ripubblicate da LACAITA nel 1964 e che vi consigliamo di leggere con l’introduzione del chiarissimo Mario Proto. Non essendo molto istruito “Carminuccio”, come lo chiamavano i suoi compaesani, venne aiutato dal Capitano Eugenio Massa che mise nell’italiano del tempo i ricordi di un uomo che aveva combattuto sì, contro il nemico usurpatore e savoiardo del nord e contro il ricco spocchioso e prepotente del sud; ma che anzitutto aveva dovuto combattere contro una vita molto aspra e difficile, la sua.