| La Questione Meridionale ed il Brigantaggio Post Unitario - LE DONNE DEI BRIGANTI |
| Scritto da Giulio Iervolino |
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Pagina 6 di 7 LE DONNE DEI BRIGANTIScrive Valentino Romano nel 1903: “Il possesso e l'uso della terra hanno da sempre costituito un fattore scatenante di rivolte. Ma né le leggi eversive né l'esproprio dei beni ecclesiastici hanno fatto conseguire la più antica aspirazione delle classi rurali, la proprietà della terra. Ed è terra ostile quella che i contadini lavorano per conto di altri, aristocratici e latifondisti. Spesso sottratta zolla dopo zolla ai boschi, alle macchie ed alle pietraie montane. In cambio i contadini ricevono un salario che consente appena di sopravvivere. Il mutamento di governo ha ingenerato speranze che ben presto si rivelano infondate. La terra cambia proprietario ma i contadini ne sono sempre fuori, messi nell'impossibilità pratica di acquistarla o riscattarla con i sofismi di una legge fatta da un parlamento di "galantuomini" per i "galantuomini". Il destino dei contadini appare segnato: rassegnarsi o ribellarsi. L'esercito borbonico, che per molti giovani rappresentava l'unico sbocco occupazionale, è stato disciolto. Funzionari ex borbonici senza scrupoli, passati nella burocrazia del Regno d'Italia, hanno scientemente occultato il richiamo alle armi nel nuovo esercito italiano per favorire il disordine, così che una moltitudine di giovani si è ritrovata bollata con il marchio della diserzione, senza nemmeno venirne a conoscenza”.- I Contadini senza terra e i soldati senza esercito possono soltanto darsi alla macchia. Il brigantaggio scuote il Parlamento che non si preoccupa di tentare una saggia politica di riforme sociali per rimuoverne le cause, sceglie invece la via della repressione, adottando la legge Pica, che provoca il terrore nei territori occupati, consente la fucilazione sul campo e lo stupro delle donne dei ribelli. In questa situazione nasce e matura il dramma delle "brigantesse", ingenerato dalla mancanza di equilibrio familiare, dramma di madri senza più figli, di ragazze diventate orfane o vedove: è il dramma delle donne disperate che, obbligate a ribaltare il ruolo stereotipo di rassegnazione e di sudditanza, dimostrano notevoli capacità di adattamento alle scelte dei loro compagni nella partecipazione attiva alla rivolta contadina. Casi comunque limitati che si offrono come riscontro a tantissimi altri episodi di rassegnazione e di pianto: sono l'eccezione insomma, non la regola. Parlare di una ‘questione dentro la questione’ sarebbe forse più corretto: Non si può infatti pensare che in una banda numerosa e ben organizzata si potesse fare a meno delle donne; motivi logistici, di collegamento, di approvvigionamento ed affettivi ne richiedevano la costante presenza; forse sarebbe più utile fare una distinzione tra "la donna del brigante" e "la brigantessa": La "donna del brigante" è colei che è stata costretta o ha voluto seguire il proprio uomo (marito, amante, molto raramente figlio) che si è dato alla macchia. Rimasta sola le viene meno il sostentamento, l'opinione pubblica l'addita con disprezzo e diventa spesso oggetto di attenzioni particolari dei padroni. Ha solo due possibilità: il mendicio ed il meretricio. E’ anche colei che viene rapita e sedotta dal bandito, ridotta in schiavitù e costretta a seguirlo nelle scorribande; molto spesso s’innamora del suo carceriere per quella condizione psicologica oggi classificata come "sindrome di Stoccolma". Emblematica della libera scelta è la vicenda di Maria Capitanio che nel 1865, a quindici anni, si innamorò di Agostino Luongo, un operaio delle ferrovie. Lo seguì nella latitanza, consumò le "nozze rusticane" e collaborò fungendo da vivandiera e carceriera di un ricco possidente tenuto in ostaggio. Fu catturata dopo una decina di giorni in uno scontro a fuoco e grazie ai soldi ed ai maneggi del padre fu sciolta dall'accusa di brigantaggio, dimostrando attraverso false testimonianze di essere stata costretta a seguire il brigante con la forza. Anche Filomena Pennacchio decise liberamente. Alcuni mesi dopo il primo incontro con Giuseppe Schiavone, famoso capobanda lucano, vendette il poco che aveva e lo seguì nella latitanza. La vita brigantesca la rese un'intrepida combattente e partecipò a furti di bestiame ed a sequestri di persona, meritando il rispetto e la simpatia di tutta la banda. La presenza di più donne giovani nelle bande creava facilmente occasioni di gelosia, delle quali molte volte si servì l'esercito invasore per combattere il brigantaggio. Fu proprio la gelosia di Rosa Giuliani, cui Filomena Pennacchio aveva sottratto i favori di Schiavone a tradire quest'ultimo: la ‘spiata’ della Giuliani consentì l'arresto di Schiavone e di altri briganti che furono subito condannati a morte. Schiavone volle rivedere ancora una volta Filomena che era gravida di un suo figlio; e fu un incontro tenerissimo tra la brigantessa feroce ed il capobanda terrore delle valli dell'Ofanto che in ginocchio chiedendole perdono le baciava le mani, i piedi ed il ventre pregno. In seguito Filomena Pennacchio, fece catturare con le sue rivelazioni un altro luogotenente di Crocco, Agostino Sacchitiello e le due famose "brigantesse", Giuseppina Vitale e Maria Giovanna Tito. Fu poi condannata a venti anni di reclusione ma dopo soli sette anni tornò a casa e condusse una vita anonima. Per la calabrese Marianna Olivierio detta "Ciccilla", è ancora la gelosia che fa esplodere la criminale determinazione della "brigantessa": La bellissima ragazza dalle lunghe e nere chiome e dagli occhi corvini era sposa di Pietro Monaco, ex soldato borbonico ed ex garibaldino datosi al brigantaggio dopo un omicidio, non lo aveva inizialmente seguito e venne a sapere che Monaco aveva avuto una fugace relazione con la sorella. Ciccilla decise di vendicarsi. Invitò la sorella in casa e nel cuore della notte la uccise, subito dopo a dorso di mulo raggiunse la banda divenendone addirittura il capo di fatto. Catturata dopo la morte del marito fu condannata a morte; fu disconosciuta dai suoi stessi familiari e la madre si rifiutò di visitarla in carcere. La sentenza non fu poi eseguita ma tramutata nell'ergastolo perché il governo italiano non voleva mostrarsi all'opinione pubblica internazionale come giustiziere di una donna. Accanto a donne che uccidono senza pietà ci sono donne che continuano a mandare messaggi d'amore ricamati su fazzoletti (Maria Suriani al "capitano Cannone") o a ricamare per mesi l'immagine dell'amante, con tanto di fucile a trombone, su una tovaglietta. Alla dura legge della guerriglia e della latitanza non sfugge il bisogno di sentirsi pienamente donna, di essere madre. Qualcuno ha sostenuto che ad indurle alla gravidanza sia stato il calcolo previdente di una maggiore clemenza dei giudici e la prospettiva di un trattamento carcerario più umano in caso di arresto; è più lecito pensare che le gravidanze dimostrino invece la volontà di ricostruzione di una vita normale. Rosa Reeginella, compagna di Agostino Sacchitiello viene catturata in avanzata gravidanza e due mesi dopo partorisce in carcere. Gravide al momento della cattura erano anche Serafina Ciminelli compagna di Antonio Franco e la bella Generosa Cardamone, amante di Pietro Bianchi. Per le brigantesse catturate si aprono le vie del carcere e la pena inflitta si aggira normalmente sui quindici anni, spesso in parte condonati. Si tratta però di una condanna solo in apparenza più lieve. Le condizioni di vita nei vecchi bagni penali borbonici sono pessime: è appena sufficiente a sopravvivere il rancio, impossibili poi sono le condizioni igienico sanitarie. Il dramma delle donne del brigantaggio si consuma nell'indifferenza, nel disprezzo, e nel silenzio dell'opinione pubblica. Negli atti ufficiali dei Carabinieri e delle Prefetture vengono accomunate sempre ai loro uomini, non viene mai attribuito alle donne il ruolo di soggetto sociale autonomo. Le cronache giornalistiche le descrivono solo come manutengole, amanti, concubine, "ganze", "drude", donne di piacere dei briganti e ciò ha impedito per lungo tempo di prendere in seria considerazione il fenomeno. Di loro ci restano oggi le poche foto che la propaganda di regime ha voluto lasciare per una distorta lettura iconografica del brigantaggio. Scrive ancora Romano: Emblematiche sono le foto di Michelina De Cesare, una delle pochissime "brigantesse" uccise in combattimento: alcune la ritraggono negli abiti tradizionali che ne risaltano la bellezza mediterranea. L'ultima, scattata dopo la morte, mette in evidenza lo scempio fatto sul suo cadavere … Nelle macabre fattezze di Michelina sconvolte dalla violenza, si può leggere tutto il dramma e la sofferenza dei contadini del Mezzogiorno”. |


