| La Questione Meridionale ed il Brigantaggio Post Unitario - L’EPILOGO |
| Scritto da Giulio Iervolino |
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Pagina 7 di 7 L’EPILOGOCi sono due metodi per cancellare l'identità di un popolo: il primo è quello di distruggere la sua memoria storica; il secondo è quello di mischiarlo con altre etnie. Noi abbiamo subito entrambi i metodi, ma avendo alle spalle una storia di quasi tremila anni, siamo rimasti sempre fedeli alle nostre tradizioni. Come fu precisato da Lemkin, che definì per primo il concetto di genocidio, esso "non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione ... esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali ... Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali, e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui ... non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale". A quei tempi l'emissione di carta moneta veniva fatta solo dal Piemonte, mentre al contrario il Banco delle Due Sicilie emetteva monete d'oro e d'argento, e in più, per velocizzare la circolazione monetaria, fedi di credito e polizze notate, le quali però corrispondevano ad altrettanta quantità di oro depositato nel Banco (443 milioni di lire complessivamente). A seguito dell'occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie, diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia, di rastrellare dal mercato le proprie monete d'oro per trasformarle in carta moneta secondo le leggi piemontesi imposte, poiché in tal modo le Banche avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e sarebbero potuti diventare padroni di tutto il mercato finanziario italiano. L'oro, invece, attraverso apposite manovre piano piano passò nelle casse piemontesi. La Banca Nazionale degli Stati Sardi (privata) fu imposta da Cavour, che aveva infatti propri interessi in quella banca, al parlamento savoiardo e decise così di affidare a tale istituzione compiti di tesoreria dello Stato. Si ebbe, quindi, una banca privata che emetteva e gestiva denaro dello Stato e divenne, dopo qualche tempo, la Banca d'Italia (sempre privata), cosi com'è ancora oggi. La Banca D'Italia è, infatti allo stato attuale, di proprietà dell'ICCRI, Banca San Paolo - IMI, Banco di Sardegna, Banca Nazionale del Lavoro, Monte dei Paschi di Siena, Mediobanca, Banca di Roma, Unicredito. Tuttavia, nonostante tutto l'oro rastrellato al Sud, la nuova Banca d'Italia (sempre di proprietà privata), risultò non avere parte di quell’ oro nella sua riserva. Evidentemente questo oro aveva preso altre vie, che per la maggior parte erano quelle del finanziamento per la costituzione di imprese al nord operato da banche, subito costituite per l'occasione, che erano socie della Banca d'Italia: Credito Mobiliare di Torino, Banco sconto e sete di Torino, Cassa generale di Genova e Cassa di sconto di Torino. Le sottrazioni illegali operate e l'emissione non controllata della carta moneta ebbero come conseguenza che ne fu decretato già dal 1863 il corso forzoso, cioè la lira carta non poté più essere cambiata in oro. Oltre ai conseguenti danni per tutte le popolazioni della penisola, da qui incominciò a nascere il "Debito Pubblico": lo Stato, cioè, per finanziarsi iniziò a chiedere carta moneta a una banca privata (qual è la Banca d'Italia). Solo con la conquista delle Due Sicilie fu possibile impostare "dopo" un programma di riforme che permisero la nascita delle industrie e delle infrastrutture nel Nord dell'Italia, con il denaro sottratto al Sud e con il sacrificio di questo. Il Regno delle Due Sicilie, inoltre, apportò all'unità d'Italia strumenti di progresso tecnico, che furono in seguito soffocati dalla politica industriale voluta dal Piemonte che sfruttò, e continua tuttora a sfruttare, tutte le risorse dello Stato a favore del "Triangolo industriale". Basti ricordare in proposito che fino al 1870 la Calabria era considerata ad alta concentrazione industriale, mentre oggi è una delle regioni più povere d'Europa. Mai, nella loro storia, le Terre Napoletane e quelle Siciliane subirono una cosi atroce invasione. Quante ricchezze, inoltre, furono rapinate e distrutte insensatamente, che avrebbero potuto fare veramente una grande Italia. Una pesante e vile cortina di silenzio è stata stesa fino ad oggi sulle vere vicende della conquista del Regno delle Due Sicilie e sui lunghissimi e tragici anni della resistenza meridionale contro gli invasori piemontesi, facendo sparire ogni documentazione, per nascondere e mistificare quegli avvenimenti. I piemontesi, nuovi padroni dell'ex Reame, infatti, oberati da un pesante passivo di bilancio, sottrassero alle Due Sicilie ogni risorsa e ne vendettero persino le terre demaniali. Queste furono comprate proprio dalla cieca borghesia "meridionale" (ormai non più "Napolitana" o "Siciliana"), convinta che solo con il reddito agrario potesse finalmente affermare il suo predominio. Concezione del tutto suicida che era già stata con lungimiranza contrastata dall'accorta amministrazione dei Borbone, che avevano intuito che con la sola agricoltura non vi poteva essere progresso. Fu così, con l'unità d'Italia, che nacque il latifondismo al Sud e che portò nell'arretratezza le nostre terre e una disoccupazione endemica. Fu, infatti, un tragico errore che trasferì circa 600 milioni di lire di allora, quasi tutta la riserva liquida degli abitanti duosiciliani, nelle casse del Piemonte, finanziando così quel sistema capitalistico che ancora oggi opprime il Sud. In più spinse alla fame i contadini che non poterono più usufruire degli usi civici, per mezzo dei quali era consentito a tutti di avere una sicura economia domestica. Le masse contadine, degli operai e degli artigiani, piegate dalla forza, ma non nel morale, non poterono trovare altro sbocco per sopravvivere che l'emigrazione, favorita interessatamente dagli invasori. Calabresi, Abruzzesi, Campani, Lucani, Pugliesi e Siciliani dovettero partire per terre lontane, spesso non sapendo nemmeno quale fosse la loro destinazione finale, verso un mondo del tutto ignoto. In quelle terre lontane e ostili, tuttavia, sono riusciti a far emergere le loro antiche virtù mediterranee, costruendo a volte ricchezze straordinarie, con la loro Patria nel cuore e che i figli dei figli oggi hanno quasi dimenticato, perché sono diventati americani, canadesi, argentini, venezuelani, cileni o australiani. La principale causa del crollo delle Due Sicilie va, senza dubbio, inquadrata nel marciume generato dalla corruzione massonica. Esso era dappertutto: nelle articolazioni statali, nell'esercito, nella magistratura, nell'alto clero (fatta salva gran parte dell'episcopato), nella corte del Re, vera tana di serpenti velenosi. Infatti, come ha esattamente analizzato Eduardo Spagnuolo: "addebitare ai piemontesi le colpe del nostro disastro è vero solo in parte e contrasta anche con i documenti dell'epoca. La responsabilità della perdita della nostra indipendenza e della nostra rovina è per intero della classe dirigente duosiciliana, che si fece corrompere in ogni senso. Non a caso le bande guerrigliere più motivate, come quella del generale Crocco e del sergente Romano, si muovevano per colpire, innanzitutto, i collaborazionisti e gli ascari delle guardie nazionali". I piemontesi, come ha efficacemente indicato ancora Eduardo Spagnuolo: "vinsero perché si erano precedentemente assicurati, attraverso l'azione sovversiva della massoneria, l'adesione dei "galantuomini" del Sud, i veri criminali briganti. All'eliminazione della "classe dirigente borbonica" contribuì, purtroppo, lo stesso Francesco II, che, nel concedere la costituzione, corrispose esattamente al piano diabolico dei liberali. Con la promulgazione della costituzione (che Ferdinando II aveva espressamente raccomandato al figlio di non concedere) furono eliminati legalmente i funzionari fedeli e soprattutto fu paralizzato il popolo attraverso il disarmo legale della Guardia Urbana, milizia popolare in stragrande maggioranza fedele al Re. Nonostante lo sfaldamento del nostro esercito, la partita poteva ancora essere vinta, o quanto meno si poteva veramente colpire con efficacia l'aggressore piemontese, ma la concessione reale della costituzione (nell'illusione di avere favorevoli i liberali, decisi, invece, a svendere la propria terra allo straniero) chiuse i giochi ancora prima di iniziare la partita. Il popolo si ritrovò completamente abbandonato e soprattutto senza possibilità di comunicazione con la "classe dirigente borbonica" legalmente allontanata da ogni carica istituzionale. Contemporaneamente, primissima operazione delle "autorità", fu quella di allontanare tutti i vescovi dalle loro diocesi, episcopato che, essendo di nomina reale, poteva costituire una seria e autorevole opposizione. È da rilevare, inoltre, che la resistenza non iniziò quando vennero i piemontesi, ma cominciò proprio quando fu concessa la costituzione liberale, che anche alcuni vescovi, specie delle Puglie, contrastarono attivamente. Se ben si osserva, da un punto di vista strettamente giuridico, i primissimi moti popolari avevano infatti un carattere "antiborbonico", poiché andavano contro la costituzione, in altre parole contro un corpo di leggi del Regno delle Due Sicilie promulgate su espressa volontà del legittimo Re Francesco II di Borbone. Il popolo, in realtà, aveva compreso immediatamente tutta la malizia dei liberali e si era mosso per contrastarla". Le atrocità commesse dai piemontesi e dai loro manutengoli, particolarmente nel periodo del cosiddetto "brigantaggio", possono sembrare mostruose e incredibili, ma in parte, nonostante siano ancora coperte da segreto di Stato, sono documentate negli Atti Parlamentari, in quello che resta delle relazioni della Commissione d'inchiesta sul brigantaggio, nei vari carteggi parlamentari dell'epoca e nella varia documentazione custodita negli Archivi di Stato dei capoluoghi dove si svolsero i fatti. Numerose furono le proteste della magistratura e dei militari, le resistenze passive dei dipendenti pubblici e i rifiuti della classe colta a partecipare alle cariche pubbliche. Questo stesso fatto dimostra, da solo, che il "brigantaggio" fu una vera e propria guerra di resistenza, che, insieme al popolo "bascio", combatterono militari del disciolto esercito duo siciliano, avvocati ed impiegati, operai e studenti, sindaci e magistrati. Altrimenti non sarebbe durato così a lungo, né si sarebbe avuta così tanta violenza da una parte e dall'altra. I Popoli delle Due Sicilie, in tutta la loro lunghissima storia, non hanno mai fatto una guerra d'aggressione contro altre genti. Hanno dovuto, invece, sempre difendersi dalle aggressioni degli altri popoli, che li hanno assaliti con le armi o con le menzogne. In questo sono aiutati dalla cieca classe dirigente meridionale, che, allo scopo di conservare la loro posizione parassitaria, ha fiancheggiato sempre tutti i governi che si sono avvicendati in Italia dall'inizio dell'occupazione, governi che pur definendosi "italiani", hanno sempre avuto cura dei soli interessi di quella area nota come il "triangolo industriale" (Piemonte, Liguria, Lombardia). Giuseppe Marotta nel suo libro ‘L'oro di Napoli’ scrisse: " ... La possibilità di rialzarsi dopo ogni caduta; una remota ereditaria, intelligente, superiore pazienza. Arrotoliamo i secoli, i millenni, e forse ne troveremo l'origine nelle convulsioni del suolo, negli sbuffi di mortifero vapore che erompevano improvvisi, nelle onde che scavalcavano le colline, in tutti i pericoli che qui insidiavano la vita umana; è l'oro di Napoli questa pazienza". Ma ”ogni limite ha una pazienza” come Totò insegna… Da stralci dell’articolo di ANTONIO PAGANO su Due Sicilie. |


